Ci sono stanze che dall’esterno sembrano tutte uguali. Una porta, due sedie, una finestra che lascia entrare una luce qualsiasi. Eppure io, quella mattina, davanti a quella porta, sentivo che per me non era una stanza qualsiasi.
Su una sedia, ci sono io. Per molto tempo mi sono raccontato che non ne avevo bisogno. Ho sempre funzionato: lavoro, famiglia, responsabilità, ho sempre trovato il modo di reggere tutto. Quando ero stanco dicevo che era normale, quando ero nervoso davo la colpa allo stress, quando mi sentivo distante da tutto, mi convincevo che fosse solo un periodo. Solo che quel periodo non finiva mai.
Ho iniziato a dormire male, a svegliarmi con un peso sul petto che non sapevo spiegare. Mi irritavo per cose piccole. Mi sentivo svuotato, come se stessi vivendo la mia vita da qualche centimetro più indietro. Continuavo a ripetermi che dovevo solo impegnarmi di più, essere più forte, non pensarci. La verità è che avevo paura. Paura che chiedere aiuto significasse ammettere di non essere più capace.
Quando mi sono seduto, per la prima volta, non sapevo da dove cominciare. Avevo il timore di essere etichettato, definito da una parola che mi avrebbe fatto ancora più paura.
Nell’altra sedia, ci sono io. Sono abituato a quel silenzio iniziale, lo riconosco. È il silenzio di chi per mesi, a volte per anni, ha fatto tutto da solo. Di chi si è detto che non era abbastanza grave, che c’era sempre qualcuno che stava peggio.
Quando incontro una persona adulta per la prima volta, non vedo solo dei sintomi. Vedo la fatica di tenere insieme ruoli, aspettative, responsabilità, vedo la convinzione radicata che chiedere aiuto sia un segno di debolezza.
E invece no! La salute mentale è parte della salute, senza distinzioni. Lo ricorda anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità: non può esistere benessere senza benessere psicologico. Non è un tema separato dalla vita quotidiana, è dentro la vita quotidiana. Per questo, il mio primo compito non è dare un nome clinico a quello che sta succedendo , è creare uno spazio sicuro.
Dall’altra sedia, mi viene fatta una domanda semplice: “Da quanto tempo si sente così?”
Sembra una domanda banale, ma mi costringe a fermarmi davvero, a non scappare, a non minimizzare. Comincio a parlare del lavoro, della pressione di dover essere sempre all’altezza. Parlo della paura di deludere, di non essere più quello di prima. A un certo punto mi sento dire, quasi senza volerlo: “Ho paura di non farcela.”
Non l’avevo mai detto ad alta voce. E mentre lo dico mi accorgo che non crolla il mondo, nessuno mi giudica, nessuno mi guarda come se fossi sbagliato, ma mi sento ascoltato.
Nell’altra sedia, so che quel momento è importante. Non perché sia una rivelazione clamorosa, ma perché è autentico. È il momento in cui la persona smette di difendersi e inizia a raccontarsi.
Nel lavoro che facciamo ogni giorno, nei servizi territoriali, nelle strutture residenziali e semiresidenziali, incontriamo persone in tutte le fasi della vita: bambini, adolescenti, adulti, anziani. Cambiano le storie, ma non cambia il bisogno di essere riconosciuti nella propria fragilità. La cura non è solo una terapia, è relazione, è una rete che si costruisce attorno alla persona, senza sostituirsi a lei, ma camminandole accanto.
Su una sedia, dopo qualche settimana, la mia vita non è diventata perfetta. I problemi non sono spariti. Il lavoro è sempre impegnativo, le responsabilità non si sono alleggerite. Ma io sono diverso. Riconosco prima i segnali dell’ansia. Mi accorgo quando sto per chiudermi. Mi concedo di dire che qualcosa mi pesa, senza vergognarmi. Ho trovato il coraggio di parlare del mio percorso anche a casa. La cosa più grande che è cambiata non è fuori, e dentro: non mi sento più sbagliato.
In quella stanza continuiamo a sederci in due.
Da una parte, io che ho imparato che chiedere aiuto non è una resa, ma un atto di responsabilità verso me stesso.
Dall’altra, io che ho scelto di fare di quell’ascolto un lavoro, ogni giorno.
E se c’è una cosa che entrambi abbiamo capito è questa: La salute mentale non è un’etichetta. Non è un motivo di vergogna, non è qualcosa da nascondere per paura di essere giudicati… È parte di ciò che siamo.
Parlarne non ci rende fragili, ci rende più consapevoli. E una comunità che non stigmatizza il disagio mentale è una comunità che sa davvero prendersi cura.
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